MIRANDOLINA

MIRANDOLINA

Finalista Per Voce Sola 2018

Premio Fondazione Carlo Terron 2019


Durata: 55 minuti
Produzione Compagnia Carnevale
drammaturgia e regia di Antonio Carnevale
con Elisa Pastore

Mirandolina

Napoli. Appartamento in un palazzo borghese. Oggetti: sedia, tavolino, biancheria da stirare, una maschera di Pulcinella, una macchina del caffè e tazzine di Capodimonte. Rumori della città. Poca luce

MIRANDOLINA. Eccovi, buon giorno! Vi ha fatto entrare mio marito, Fabrizio. Vi ha aperto la porta e vi ha lasciato qui, scusatelo, la mattina presto è intrattabile. Venite, vi accompagno alla vostra stanza (si avvia verso la stanza, fa per entrare, si ferma)

È ancora bagnata, ho appena lavato a terra e ci metterà un pochino ad asciugarsi. Nell’attesa ci mettiamo qui, così sbrighiamo tutte le altre faccende. Anzi, prima vi spiego subito un po’come è sistemato l’appartamento.

Di là c’è la vostra camera con il bagno interno. La porta accanto invece è un’altra camera, la mia e di Fabrizio. Ecco, questo è un salottino che naturalmente potete utilizzare anche come sala da pranzo senza alcun problema, e di qua c’è la cucina … È un po’ piccola, ma ci sono tutte le comodità se avete voglia di prepararvi qualcosina. E poi c’è il pezzo forte dell’appartamento, questa finestra: da qui si vede tutto il centro della città. Sì, è una piccola fortuna averla.

Napoli in questo periodo dell'anno è piena di turisti, davvero, c'è un sacco di gente in giro (guarda alla finestra). Ora forse è un po’ presto, ma tra poco, se non avete fretta di uscire, da questa finestra inizieranno a entrare certi profumini! Ma, ahimè, non vengono da questo palazzo, no: questo è un palazzo benestante, ci sono tanti studi privati, anzi il sabato come oggi sembra non esserci proprio nessuno. Al piano di sotto è venuta a viverci una coppia di olandesi, il marito insegna alla Nunziatella, speriamo siano dei buoni vicini.

Ma io vi stavo parlando dei profumi della città e sono finita a parlare del militare olandese! Perdonatemi! Dicevo, i profumini vengono dall’altra parte del palazzo quella che si affaccia sull’altra strada, su Via Toledo, al piano terra; ecco, lì ci sono i tipici bassi napoletani: là studi privati non ce ne sono, qualche trattoria e le case della gente. Stando affacciati da questo davanzale potete provare la vera aria di Napoli. Sì perché quando arriva una certa ora si sente il profumo del pane appena fatto, del ragù alla genovese, il profumo delle fritture... Ma a me, la cosa che piace di più, è il profumo dei peperoni arrostiti! Da altre parti in Italia ormai è un’usanza che si sta perdendo, invece qui si fanno ancora come una volta, li cucinano direttamente sulla fiamma. E siccome ci vuole del tempo per prepararli, nel palazzo per ore si sente un profumo! Che poi la cosa bella della ricetta è che il grosso del lavoro si fa una volta sola, e dopo averli preparati si conservano per giorni e giorni. Anzi, più riposano in frigo, più diventano buoni. Certo, non sarà un piatto signorile come un bell’arrosto di carne di prima qualità, ma a me piacciono di più, li mangerei ogni santissimo giorno.

Bene, la casa, come vedete, non è di quelle moderne, fredde. È una casa accogliente, vissuta. Praticamente Fabrizio è nato ed è cresciuto qui, gliel’hanno lasciata i suoi genitori. Fabrizio ci tiene tanto, vorrebbe conservarla bella con tutti i vecchi mobili della famiglia, ci è affezionato. Poi ormai ha preso… no? Un certo tocco “caratteristico”. Lui vorrebbe migliorarla sempre di più, non so, vorrebbe mettere l’aria condizionata sia nella camera – Ah, sì, avete anche il condizionatore se avete caldo – dicevo sia nella camera che di qua, comprare una tivù grande di quelle piatte … Così da rendere tutto l’appartamento, come dire, più pregiato, più confortevole. Ma ci vuole un po’di tempo e pazienza, sono spese importanti.

Sapete? Di lavoro lui fa il Pulcinella…Oh, no, detto così è ridicolo. No, no, Fabrizio si mette la maschera e il costume tipico e accompagna i turisti per la città e gli fa vedere i monumenti, i vicoletti e le opere d’arte. Se volete vi posso prenotare una visita guidata con lui, è davvero bravo. Come ve la fa vedere lui Napoli non ve la fa vedere nessuno. Del resto a Napoli ci è cresciuto, ormai conosce tutti gli angolini, tutta la storia di ogni pezzo della città, gli riesce naturale. In realtà questo lavoro Fabrizio lo fa da poco. Fino all’anno scorso abbiamo avuto in gestione un cinema bellissimo. È proprio qui accanto, all'angolo, l’ex Cinema Cavalcanti, un cinema storico che tutti i napoletani conoscono. E infatti all’inizio il pubblico non mancava e veniva a tutti gli spettacoli. Ma poi man mano gli impegni da affrontare sono stati tanti, la gente veniva sempre meno e allora abbiamo deciso di chiudere.

Fabrizio ha avuto sempre il mito dell’imprenditore, il cinema, il teatro… ora lo fa per strada e va bene così. A volte anch’io mi sento un po’ Pulcinella anche se – be’, lo avete capito - non sono di Napoli, io sono veneta. Ma si dice che Pulcinella fosse anche lui veneto! È questo il suo segreto! Quando lo dico non ci crede nessuno e invece la verità è questa: Pulcinella venne qui in città a cercar fortuna … e la trovò! (Pausa)

La finestra è bella ma poi viene sempre una corrente d’aria… Ho paura che faccia sbattere tutto, chiudo (Esce. Chiusa la finestra il rumore della città si fa meno forte. Rientra). Vado a controllare la vostra camera. È quasi pronta. Facciamo così, nel frattempo metto a fare il caffè. La regola è che qui il caffè non si rifiuta mai! (si alza ed esce di scena. Da dietro la quinta-cucina, a voce alta, da lontano). Certo non sono brava a farlo come i veri napoletani, ma pian pianino sto imparando (si sente il rumore del lavello e dei pezzi della caffettiera). Il segreto non è l’acqua, ma è il Vesuvio: sì, bisogna mettere tanto caffè fino a creare un piccolo vulcano e poi con il cucchiaino bisogna tagliuzzare un poco poco, così mentre sale, il caffè, (con accento napoletano) “respira”! (Rientra, e con uno strofinaccio si pulisce le mani)

Dimenticavo. Nella vostra camera mancano da sistemare le lenzuola. Vi prendo quelle di rensa, che è un lino molto fresco e fine, in questa stagione sono perfette. Le ho appena finite di stirare. Sì, della biancheria preferisco occuparmene io: la lavo, la stendo e la stiro, faccio tutto io: così risparmio sulla lavanderia ma soprattutto non rischio di vederle rovinate. Sono delicate, ci tengo. Di solito agli ospiti do quelle di semplice cotone, ma con voi mi devo scusare per tutto questo tempo che stamattina vi sto facendo perdere, vi meritate le mie lenzuola migliori. Le lenzuola, il caffè insieme, due paroline di benvenuto: sono piccole cose, ma per me sono importanti, mi piacerebbe che i miei ospiti si sentissero a loro agio, come se fossero a casa. Sul serio, spero davvero vi troviate bene qui.

Io però devo essere onesta, eh sì. Questo palazzo ha un difetto: Anna, la portinaia. Vi ha salutato quando siete arrivati? Immagino di no. È sempre stata fredda con me. Per Fabrizio fa lo sforzo e lo saluta, l’ha visto crescere, lo fa credo, come si dice qui, per portare rispetto alla famiglia. Poi da quando ha saputo che sono veneta, figuriamoci. Dopo un po’ che vivevo qui, dopo i primi “buon giorno”, la prima vera domanda che mi ha fatto sapete qual è stata? “Signora, e voi, di dove siete?” “Veneta” le ho risposto: fi-ne. Io le ho detto più volte di darmi del tu ma niente, sempre del voi. Poi da quando vede l’andare e il venire degli ospiti … È un po’ all’antica, non le piace, sono fatti così. Avrà capito che vi fermate da me, ma tra poco scendo e l’avviso. Scusate, vado a controllare il caffè (si dirige in cucina, dopo qualche istante ritorna).

Per la colazione di domani mattina, avete delle preferenze? Se volete, posso prepararvi io qualcosa, posso farvi trovare un dolce buonissimo, davvero non è un problema. Lo preparo prima e ve lo faccio trovare pronto, qui, sul tavolo per le otto. Io sono una specialista della torta russa, la conoscete? Qui a Napoli la pasticceria è tra le migliori d’Italia ma questa ricetta la so fare solo io. Era famosa la mia torta russa. Quando ero ragazzina nella taverna di mio padre ne facevo anche quattro, cinque al giorno. Dicevano che la mia era la migliore di tutta Verona. “E sapete perché?” - gli domandavo - “perché queste mani sanno far delle belle cose!” - E tutti scoppiavano in una grossa risata! È con la torta russa che ho conquistato Fabrizio. Una sera è venuto a cena nella nostra taverna e io servivo ai tavoli. Ci siamo piaciuti subito, con gli occhi ci cercavamo, ogni tanto passavo accanto al suo tavolo e lui mi sorrideva. Poi, finalmente, ha comandato il dolce e io gli ho portato una fetta della mia torta russa. Mi disse che non aveva mai mangiato una torta così buona in tutta la sua vita, che tipo! E per ringraziarmi, sapete cosa ha fatto? Ha preso la sua chitarra e ha cominciato a cantare una serenata, davanti a tutti! Mio padre voleva sbatterlo fuori dalla taverna, io invece l’ho trovato bellissimo e mi ha conquistato con quelle sue canzoni. Ed ecco che, bell’e fatta, mi sono ritrovata qui a Napoli sposata. Mai avrei pensato di sposarmi. No, no, in quel momento non ci pensavo proprio, anzi! E non era facile, eh, immaginate, in una taverna, l’unica figlia del proprietario: a quelli che ci provavano gli dicevo, fiera: "Mi no vogio nissun!". Ero aperta, eh! Gentile, allegra, parlavo con tutti, raccontavo barzellette per divertirli, insomma, ero di compagnia; ma volevo sentirmi libera. Ma poi ho conosciuto Fabrizio e ho cambiato idea, lui mi ha portato qui e ci siamo sposati.

Per qualche anno ho dato una mano a suo padre, al tabacchi; quando è morto, il tabacchi è andato al fratello e a noi questa casa, questo appartamento. Poi è uscita la storia del cinema e allora ci siamo dedicati a quello. La cosa che davvero rimpiango, forse l’unica di quel periodo, era la gioia sul viso che le persone avevano ogni volta che riuscivamo a organizzare delle belle serate. La gente andava via contenta, insomma, faceva piacere. Poi è andata come è andata... ma va be’. E così ci siamo messi ad affittare la camera. Del resto quando c’è necessità ...

(si sente il rumore della caffettiera) Il caffè! Lo avevo dimenticato! Arrivo subito (Mirandolina si dirige verso la cucina) No è uscito da poco, menomale (Rientra con la caffettiera,una zuccheriera e qualche tazzina su un vassoio). Ecco, ho anche preso le tazzine di Capodimonte, così di Napoli non vi faccio mancare proprio nulla (Versa il caffè fumante nelle tazzine. Poi una lunghissima pausa).

Voi dovete entrare nella vostra camera e io vi trattengo qui. È mezzora che vi parlo. Il pavimento bagnato, i peperoni, il caffè, le lenzuola, sono solo delle scuse per trattenervi qui. Ma vi prego aiutatemi. Rimanete con me, non lasciatemi qui da sola in casa.

Sta arrivando, io gli ho detto di non venire, che avevo dato la stanza a voi, ma niente.

È un avvocato, di Roma. Gli dobbiamo dei soldi, tanti, troppi. (prende delle buste con delle lettere e le apre sul tavolino) Eccole, sono tutte qui. Il nostro appartamento è sotto pignoramento per i debiti che Fabrizio ha fatto con il cinema. La ditta delle attrezzature ci ha chiamato in causa, figuriamoci se si poteva trovare un accordo tra loro e Fabrizio, e subito si sono attaccati al nostro unico bene, la casa. Eravamo disperati e così abbiamo pensato di rivolgerci ad un avvocato. Ce lo ha consigliato un amico di Fabrizio, ci aveva detto che era bravo e che ci si poteva fidare, che addirittura alla fine ci avremmo guadagnato.

E infatti all’inizio l’avvocato ci ha aiutato; e noi, ingenui, credevamo di essere stati fortunati, di aver trovato il nostro salvatore. Subito dopo aver capito il nostro caso, l’avvocato ha fatto quella che si chiama opposizione e poi abbiamo fatto ricorso con l’articolo quattrocentonovantacinque per pagare i nostri debiti piano piano a rate.

Io e Fabrizio pensavamo che con i soldi dell’affitto della stanza e chiedendo magari un aiuto a suo fratello, saremmo riusciti a pagare le rate e la sua parcella. Ma invece suo fratello - che fratello?! Come si può chiamare fratello uno che nel momento del bisogno ti volge le spalle- non ci ha dato un centesimo! E lui i soldi ce li ha, ché il tabacchino lavora!

Ma l’errore l’ha fatto Fabrizio a non impuntarsi all’inizio, quando c’era l'eredità. Doveva chiedere di più, e invece si è accontentato della casa anche se non c’è confronto con i soldi che quello si fa con il tabacchino. Insomma suo fratello non ci ha aiutato.

Eravamo disperati, non avevamo i soldi per pagare neppure la prima rata del piano di rientro. E, in più, nel frattempo, continuavano ad arrivare le cartelle. Eccole, guardate quante (le scarta e legge le cifre di alcune) millequattrocento, seimila e tre, cinquemila e cinque, oh! Questa è bella: diciassettemila trecentocinquanta! E più passano i giorni e più il debito aumenta, gli interessi, le more.

Ogni volta che ricevo una di queste buste mi crolla la vita davanti. E sapete cosa provo? Vergogna.

La prima che è arrivata Anna l'ha data a Fabrizio. Lui l'ha portata in casa e neanche l'ha aperta. È andato subito di là, in camera. Non mi ha detto una parola, aveva capito.

Ora Anna le dà direttamente a me, ha capito anche lei. Non mi dice nulla, quasi non mi guarda in faccia, le faccio pena. Eccole qui, tutte raccolte, conservate. Avessi un camino le avrei già bruciate tutte insieme, oh sì! E me lo sarei goduto lo spettacolo! Verde speranza (continua a sfogliarle) sembra quasi uno scherzo, una presa in giro: non c’è scritto nulla, né da chi è inviata, né la motivazione, solo questo maledetto timbro. Ma vi sembra giusto? Come si può rovinare così la vita della gente?

Dopo aver chiesto a mio cognato, ho pensato di rivolgermi a mio padre. Ma come faccio a dirgli tutto questo, come faccio? Non se lo merita tutto questo dispiacere, mio padre è una persona semplice, non capirebbe e ne soffrirebbe troppo. Poi no, avrei rovinato anche lui.

Nel frattempo la banca fa crescere il debito, sempre di più, e se possono prendere qualche misero euro da te se lo prendono, gli spetta. Tempo fa, ho letto di un signore che come noi due ha perso la casa. E il giorno prima che fosse messa all’asta, sapete cosa ha fatto? Ha preso una gru e ha distrutto la casa in mille pezzi. A volte vorrei fare anch’io così, vorrei distruggere tutto, prendere tutto a pugni.

Io dico, brucio, distruggo, la verità è che non ne sarei capace. E allora una persona semplice, come me, come Fabrizio, che cosa deve fare? Deve sperare di non svegliarsi più? Deve uccidersi?

A volte benedico il fatto di non aver avuto figli. Come avrei potuto farli crescere in questo schifo?

Fabrizio, da quando è nata questa situazione, non guadagna più come prima. E come può, povero amore mio? Dice che i turisti non spendono più. Io credo invece che è lui che non si dà da fare come prima, perché è giù. Lo vedo negli occhi, ha lo sguardo spento, inquieto dell’uomo scontento, vinto. Poi lui è orgoglioso e non parla, si tiene tutto dentro.

E allora? Come abbiamo fatto? L’avvocato, all’inizio ci ha aiutato, ha pagato la prima rata al posto nostro. E lì è iniziata la nostra rovina.

Maledetto quel giorno che ha messo piede qui dentro, maledetto! Diceva che aveva preso a cuore la nostra situazione, che tutto ciò non era giusto, e che gli avremmo dati i soldi del prestito e del suo lavoro non appena le cose per noi sarebbero migliorate. Ma mentiva.

Quel giorno Fabrizio non c'era. Insieme all’assegno, qui sul tavolo, lui appoggia una scatolina.

Li vedete questi orecchini? (mostra gli orecchini che indossa) Belli vero?

Sono diamanti. Me li ha regalati lui, erano dentro la scatolina. Ci aveva aiutato, non volevo che si offendesse e li ho presi. “Danno luce al tuo viso”, mi ha detto. Quale luce? Quale luce? Dovevo capirlo subito, che non c’è posto in questa vita per le anime buone. Dovevo capirlo da come lui mi guardava, da come mi guardava mentre li indossavo. “E il vestitino, quello a fiori della settimana scorsa, non lo metti? Ti stava benissimo, questi orecchini li ho pensati avec”.

Che schifo! Che schifo! Lo vedo ancora, mentre si avvicina; là, sulla porta, domenica scorsa. Fabrizio non c’era, era fuori, per strada. “Passo per un caffè, ma mi raccomando, fammi contento, mettiti gli orecchini”. E io, per il nostro salvatore, come una puttana, uno e due, e il vestitino a fiori. E preparo il caffè, “ma che buono!”. E gli dico dei soldi, che ancora non li abbiamo. “Non è un problema, me li darete quando li avrete”. “Allora grazie di cuore avvocato, ci sentiamo in settimana per la seconda rata, non so proprio come ringraziarla”.

E neanche mi ha fatto finire la frase il porco, che subito mi stringe a sé e mi spinge contro la porta bloccandomi con le sue gambe! Mi sono liberata e gli ho dato un morso sul collo che ancora sento sulla bocca tutta la sua pelle viscida, schifosa.

“Lunedì scade la seconda rata. Fatti trovare pulita, fresca, e mi raccomando, gli orecchini”

(si toglie gli orecchini, violentemente, disperata; poi li getta a terra) Schifoso! Che tu possa crepare solo, con i tuoi soldi! Io non voglio protettori, non voglio amanti, non voglio regali! La sento già Anna, la portinaia, in disparte, a parlare con i vicini: “…Del resto è sempre bella, parla bene, fa la signora. Eh, però, come può con quello che guadagnano? Ci starà pensando qualcheduno. Come farebbero a vivere altrimenti? Signori, che vergogna! Questo è un palazzo rispettabile e gli altri condomini non vogliono abitare sotto lo stesso tetto di una persona simile. Che vergogna! L’ho visto, uno che fa avanti e indietro ogni settimana; è un dottore, forse un medico”. È un avvocato Anna, un avvocato. Che c’è? Sei gelosa, eh? Perché sono giovane e bella? E invece tu non puoi più farlo, vero? Perché sei vecchia? Chissà quante ne ha viste questo palazzo, il tuo bel palazzo rispettabile del Seicento! No, Anna. La verità è che sei dispiaciuta per Fabrizio. Poverino l’hai visto crescere e ora si ritrova una moglie così.

(rivolgendosi alla maschera di Pulcinella appesa al porta abiti) Amore mio, lasciala parlare. Diranno che sono una prostituta, maligneranno sul mio conto, non mi importa, lasciamoli perdere e tiriamo avanti. Ma non soffrirne ti prego, tu lo sai, la sappiamo noi due la verità. La verità è che avevi visto bene, avevi visto da dove venisse fuori tutta quella bontà, tutta quella generosità. “Fabrizio, non si preoccupi, me li darete, quando potrete” E ingoiavi ogni volta tutta la tua gelosia, tutta la tua rabbia. Bruci dentro quando vedi i tuoi mobili, i nostri mobili di una vita, l’angolo bar, il tuo juke-box, portati via da quella gente. E muori di dolore per non esser riuscito a far diventare tua moglie una signora, a darmi una vita come dici tu, tranquilla, felice. Cosa mi importa se non mi regali un foulard o una collana. Cosa mi importa se non festeggiamo più i nostri compleanni? E io lo so che tu ci tieni. Ma non li vuoi più festeggiare e io ti capisco. Tu non sei l’uomo che prende tutto ciò e se ne libera con una risata. Tu soffri, lo vedo nei tuoi occhi. E io ti perdo, ti sto perdendo ogni giorno di più. E io non ti posso perdere! Vorresti ribellarti a questa vita, ma che possiamo fare?

Io ti amo e voglio esserti fedele, ma io non ti capisco più. Un tempo parlavamo tanto, ora addirittura non ci guardiamo in faccia, non ci incontriamo più. Non mi tocchi più, non facciamo più l’amore. Cosa vuoi dirmi Fabrizio? Perché viviamo come separati in casa? Vuoi dirmi che devo lasciarmi andare, che tu hai capito tutto, che tu sai tutto, ma non hai il coraggio di dirmelo? Cosa vuoi dirmi Fabrizio?

(in veneto) Ti vuò dirme che me devo concedare, che ti g'ha capio tuto, che ti sà tuto ma che no ti a el coraggio de dirmelo? Ti sà, su una roba te gh’avevi razòn, son sempre stada una putela. All’inizio, no ghe volevo credare, no podevo credare che potesse capitare a mi, a noialtri. Ho fato finta de no vedare Fabrizio, ho fato finta che tutto andesse ben. Me lo ripetevo tutti i dì: “Tien duro, xè un momento e mandevo zò. Bocon amaro dopo bocon amaro. Perchè tanta soportazion? Ogni dì provevo a parlartene, ma in risposta trovevo solo un muro. Me disevo un mucio de busie, per credare a le toe de busie. Xè questo l’amore? Ogni dì devo trovare la forza per alzarme da quel letto che oramai no sento nianca pì mio, vago sola in sta casa che doveva essere un nido de do passeroti e invese la xè una semplice gabia de do ciechi. Fabrizio, adesso su una nova Mirandolina, no su pì quela che ti g'ha conosuo. La colpa no la xè solo toa, t’ho lassà fare anca mì, ma xè ora de finirla co sta farsa, xè ora de finirla.

(Riprende gli orecchini da terra, li indossa, si asciuga il viso). Io non sono più sicura di essere buona. Certo che vorrei esserlo, ma come faccio?

Poter onorare mio padre, mia madre, Fabrizio. Poter appartenergli con fedeltà. Bisogna essere pronti a tutto? No, io devo essere buona, buona! È una questione di rispetto, di amor proprio, di orgoglio di donna che subisce, subisce, ma a un certo punto non ce la fa più e si ribella. Ma come posso ribellarmi, come posso essere buona se tutto ha un costo, se tutto dipende da una maledettissima rata! Tutto crolla, tutto.

Il lavoro, dicono. Onesto, misero, e non si trova! Guarda cosa sei costretto a fare? A fare il buffone, la mascherina per strada! I soldi! Senza soldi si diventa vittime, si diventa minuti. Me lo diceva mio padre, il denaro umilia, toglie l’orgoglio, il coraggio, la parola. Si diventa niente. E non ci fanno neppure morire decentemente. Passiamo nelle loro mani come se fossimo sabbia di riso.

(Suona il campanello) Eccolo. Aiutatemi vi prego, aiutatemi. Non ho una madre da abbracciare, non ho un padre dietro il quale nascondermi, non ho un marito che mi possa difendere.

Ho solo voi, vi prego, restate con me, io gli aprirò e lui sarà costretto ad andare via, potete salvarmi ed evitare questa violenza.

Oppure adesso volete entrare nella vostra camera, ormai potete è pronta, è asciutta.

Ma forse, più semplicemente: io gli aprirò la porta e voi uscirete da qui, e sulla porta vi saluterete con un cordiale “buon giorno”. Alla fine, Lui sa di voi e ora voi sapete di lui.

Sì, così ognuno avrà ottenuto ciò che gli spetta seguendo semplicemente la natura delle cose: lui il mio corpo, io i suoi soldi, e voi sarete finalmente liberi di visitare le bellezze della città.

Potete ancora concedermi una fine diversa, un epilogo felice, più giusto. (Ancora il campanello, due volte)

Pensateci e rispondetevi ora, non domani.

(Fine)

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